Passeggiata ad anello OPICINA-BANNE-TREBICIANO

Difficoltà: facile
Tempo: 2 ore
Periodo: Primavera
Periodo consigliato: Primavera/autunno

Simpatico itinerario, che attraversa i borghi carsici, fino ad arrivare in mezzo alla natura incontaminata. Evidenzia il netto contrasto tra abitazioni rurali e ville nobiliari del Carso, e natura incontaminata, caratterizzata da boschi, stagni e alberi fioriti. Consigliato per famiglie…e non solo…

In una soleggiata mattinata di maggio (dotati tutti e tre di mascherine davanti alla bocca, per rispettare le regole di sicurezza che ci impone questo paradossale periodo storico che stiamo vivendo: mi riferisco al Corona Virus che, tristemente, ha modificato di molto le nostre abitudini… e che, cambierà di molto le nostre vite… forse anche in un senso positivo… chissà… ), partendo dall’abitato di Opicina, ci siamo diretti a piedi con zaini e bimba in spalla, verso Banne, con meta Trebiciano, due stupendi esempi di villaggi carsici! Abbiamo parcheggiato la nostra “poderosa” autovettura sulla via di Conconello, la strada che si apre di fronte al Piazzale Monte Re, dove si trova il capolinea del famoso “Tram de Opcina”. Seguendo le stradine interne (via delle Peonie e via dei Cardi), caratterizzate da muretti in pietra che delimitavano i giardini fioriti e le terrazze panoramiche delle ville d’epoca, tipiche di questo borgo, abbiamo incrociato la via di Basovizza.
Attraversiamo la strada di grande viabilità e imbocchiamo la Via del Refosco (un nome, un programma…) , presumibilmente caratterizzata da vitigni nel passato, di cui oggi non è rimasta traccia… ma, si continuano ad ammirare stupende ville, decorate con stemmi e chiuse da cancellate in ferro battuto, esempi di edilizia d’epoca e non solo… una in particolare ci ha colpiti, ancora in ristrutturazione, con la facciata rossa e una specie di torretta, con uno stemma a forma di aquila. Una bella passeggiata tra le case carsiche, arricchita dal profumo dei fiori di maggio, appena sbocciati, e dai grappoli lilla dei glicini, ormai alla seconda fioritura.

La giornata era soleggiata e calda, ma fortunatamente, questo itinerario è a tratti molto ombreggiato, quindi diventa un piacevole percorso da fare a piedi ma anche in bici nelle stagioni calde, la strada è poco trafficata, fino a diventare unicamente ciclo-pedonale.

Alla fine della via del Refosco, si procede dritto, si segue uno stretto corridoio delimitato da un muro, e ci si inoltra nel Bosco Mauroner, da qui si sviluppa un sentiero ben segnato e battuto che attraversa un bosco di pini e roverelle e che ci conduce ad una strada asfaltata.

Usciti dal bosco, svoltando a sinistra, si vede una casa, la si costeggia fino ad arrivare allo STAGNO DI BANNE. (Stari Kal). Si tratta di uno stagno artificiale, ripristinato a partire dagli Anni ’90 fino al 2006, ancora oggi studiato a livello didattico per sensibilizzare l’interesse per la biodiversità e la tutela dell’ecosistema. A tale proposito, mi sento in dovere di sottolineare il grande lavoro compiuto dagli alunni e dagli insegnanti della scuola secondaria di primo grado “Muzio de Tommasini” di Opicina (2006-2007), nel redigere una guida interattiva e un percorso didattico e di ricerca, che ha come oggetto di studio e analisi lo Stagno di Banne, quale esempio di habitat adatto allo sviluppo di flora e fauna tipici dell’ambiente carsico. Lo stagno fino ad oggi era un ambiente ricco di fauna acquatica, tra gli esemplari che vivono nel bacino d’acqua, ed in prossimità di esso, si possono distinguere i tritoni, i rospi, le libellule, le api (arnie presenti nelle vicinanze), e, con un po’ di fortuna si può anche incontrare la biscia dal collare.

Sfortunatamente, il giorno della nostra escursione, mentre mi avvicinavo allo stagno con la piccola Matilde, per farle conoscere degli animaletti mai visti prima d’ora, piena di emozione, come può essere una mamma, curiosa di vedere la reazione della bimba alla novità… noto un alone oleoso sulla superficie, un odore disgustoso che proveniva dall’acqua torbida e densa, e, i piccoli abitanti dello stagno, che galleggiavano senza vita!

Fortunatamente Matilde non si è accorta di nulla, e io non ho voluto sottolineare l’orribile scena che stavamo vedendo, l’ho distratta lanciando qualche sassolino nell’acqua e siamo andate via. Ho ancora davanti agli occhi quell’immagine di morte, e mi porto ancora dietro il disgusto verso i colpevoli di questo atroce atto: non si trattava di una scena dettata da madre natura, non era la temperatura dell’acqua, nè una qualche malattia che aveva colpito gli abitanti dello stagno, bensì era visibile lo zampino umano, di qualcuno senza anima, che non ha imparato nulla dal periodo di sofferenza che tutti stiamo già vivendo…”gli esseri umani sono per di più mezzi uomini, e fra loro ci sono molte bestie”…scriveva H.Hesse.

Fortunatamente la Forestale, e l’Associazione Tutela Stagni, sono intervenute tempestivamente, ora si attendono le risposte delle analisi dei campioni prelevati, a cura dell’ Arpa. Auguriamoci che si provveda al più presto ad un ripristino di flora e fauna di questo stagno, anche se i tempi per ricreare un habitat equilibrato per far ripartire la vita, presumo saranno lunghi. Peccato, perché, oltre alla bellezza dello stagno, la fauna che lo abita è fondamentale per garantire l’equilibrio dell’ecosistema!

Dopo una breve sosta sulle panchine dell’area attrezzata accanto allo stagno, ci siamo diretti verso Trebiciano, in realtà, noi ci siamo diretti verso la statale (Strada Provinciale del Carso SP1), e non è stata una buona idea, in quanto la statale è molto trafficata e il passaggio fino a Trebiciano è senza protezioni. Quindi percorso sconsigliato, invece dallo stagno, è meglio prendere il sentiero a Nord, in direzione Orlek, superando la Grotta Fulvio e la Grotta Germoni pri malem paredu.

Arrivati poi a Trebiciano paese, ci si tiene sul lato destro della strada principale, si supera il collegamento autostradale RA13 per un sovrappasso, e si attraversa un’ampia landa carsica (l’ex CAMPO CARRI ARMATI), si prende il sentiero verso destra, in direzione della Caserma di Banne.

Arrivati alla Caserma Monte Cimone, oramai in un completo stato di degrado, si segue la strada asfaltata che scende verso la strada provinciale, e ci si ritrova all’imboccatura del sentiero per lo stagno di Banne. Da qui, la strada è la medesima dell’andata, e si chiude il percorso ad anello, ritornando alla nostra auto, parcheggiata ad Opicina.

In conclusione, si tratta di una simpatica camminata, percorso molto sfruttato dai ciclisti, ma escursione che consigliamo a famiglie con bambini innanzitutto, in quanto permette di scoprire ed annusare tante piante, fiori e arbusti del Carso (iris, mughetto, fiore di maggio, glicine, rosa selvatica, nocciolo, ciliegio…) diventando una sorta di laboratorio sensoriale, dove si possono sperimentare tutti i sensi… al contempo, lo riteniamo un itinerario adatto a tutti coloro che desiderano semplicemente svolgere un po’ di attività fisica, senza troppo sforzo, in un ambiente rilassante, lontano dal caos cittadino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

I Cadini di Misurina – Escursione dal Rifugio Col de Varda al Rifugio Città di Carpi

I CADINI DI MISURINA- ESCURSIONE DAL RIFUGIO COL DE VARDA (mt.2115) AL RIFUGIO CITTA’ DI CARPI (mt.2110)

MESE: luglio 2019

VALUTAZIONE: ****

TEMPO: 1 ora /1 ora e mezza con bimbi piccoli

DISLIVELLO: 200 mt.

DIFFICOLTA’: media/bassa

COMMENTO: escursione, che noi consigliamo a famiglie con bambini piccoli e grandi, per i meravigliosi panorami che propone e per gli aspetti naturalistici molto diversificati, che offre l’itinerario. Preferibilmente da utilizzare lo zaino portabambino, sconsigliato il passeggino da trekking, in quanto il sentiero sterrato è caratterizzato in certi punti da pendenze abbastanza ripide.

Ed eccoci di nuovo, dopo tanto tempo, pronti a ripartire…non più soltanto in due, bensì in tre! Ormai anche la nostra piccola Matilde ha cominciato ad accompagnarci nelle escursioni montane leggermente più impegnative, deliziandoci con le sue espressioni di sorpresa, con i suoi pianti di stanchezza  e con gli sguardi curiosi di una bimba di due anni, circondata da nuovi stimoli, a cui non è abituata…ogni giorno una nuova scoperta, ogni giorno un piccolo, grande traguardo raggiunto, ogni giorno una perla in più che ci arricchisce tutti…

Ebbene, descriviamo ora questa interessante e non difficile escursione. Siamo partiti dal parcheggio, situato alla base dell’impianto di risalita Col de Varda, presso il Lago di Misurina (mt.1754). Siamo saliti con la seggiovia , fino a raggiungere il Rifugio Col de Varda ( tel.0435-39041, dove si può mangiare e anche pernottare), situato a 2115 mt. Attorno al rifugio c’è uno spiazzo erboso, misto ghiaietta, dove si può sostare ad ammirare lo splendido panorama circostante, che spazia dal maestoso massiccio del Cristallo, continuando per il gruppo delle Marmole e il Sorapiss, fino al Monte Piana e al Parco Naturale delle Tre Cime di Lavaredo (non visibili direttamente da qui).In questo pianoro i bimbi possono correre liberamente, e come abbiamo fatto con Matilde, esplorare i fiori di montagna: la genzianella ( specie protetta in via di estinzione), il rododendro, la pratolina, e il nontiscordardime, tutto questo prima di intraprendere il sentiero ,che conduce al Rifugio Città di Carpi, situato sul versante opposto.

Sentiero N° 120

C’è un pannello molto evidente, che indica l’inizio del sentiero, dapprima si scende per una strada sterrata fino a trovarsi ad un bivio, andando dritti si scende, ed in circa 45 minuti si arriva al lago ( sentiero n.120), svoltando a sinistra e seguendo la freccia Città di Carpi, si prosegue verso l’altro rifugio.

Vista sul Monte Cristallo dal rifugio Col de Varda

Si costeggia leggermente la montagna, seguendo una  grande curva ,questa prima parte è tutta in discesa prevalentemente, ad un certo punto c’è una piccola piazzola con panchina che permette un apprezzato momento riposo/foto, alla propria destra si apre il meraviglioso massiccio del Sorapiss, mentre a sinistra si cammina proprio sotto le pareti rocciose dei Cadini di Misurina, affascinanti falesie, dove si possono osservare i fenomeni di erosione dell’acqua e del vento. Lungo il pensiero, ci circondano cespugli di pino mugo ( attenzione alle vipere, che amano annidarsi all’interno!), e conifere ad alto fusto. Ad un certo punto si raggiunge  una specie di sella (Bus di Pogofà, a quota 1930 mt.), la quota più bassa del percorso, da cui si diramano vari sentieri. Noi si prosegue sempre verso il Città di Carpi/Forcella Maraia, e da qui in poi si inizia a salire, il sentiero entra in un bellissimo bosco di abeti e conifere e l’aria diventa più frizzante. L’ultima parte del sentiero, è nuovamente scoperta dalla protezioni degli alberi, si aprono distese di prati con fiori multicolore, e abbastanza esposta al vento. Ancora un piccolo sforzo ed ecco che si staglia , esttamente sotto ai Cadini, il Rifugio Città di Carpi (tel.0435-39139). Dal Rifugio si ammirano il Sorapiss, le Marmole, le Tofane il Cristallo e la Croda dei Toni. Il panorama è mozzafiato, abbiamo gustato un buon the alla frutta e una meravigliosa fetta di crostata preparata dai gestori del rifugio, servizio e cortesia ottimi!

Dopo una sosta di un’oretta a giocare con cagnolini, a fare foto e a guardare libri di montagna, ci siamo rimessi lo zaino in spalla e siamo tornati indietro dallo stesso sentiero, siamo arrivati giusti giusti al rifugio Col de Varda per prendere l’ultima seggiovia, l’impianto chiude alle 17.30.

Una gita piena di belle emozioni!

Arrivo al Rifugio Città di Carpi
Pubblicato in Escursione, Rifugio | Lascia un commento

Dal Passo Monte Croce Carnico – Creta di Collinetta per la via ferrata Steinberg Weg

vista da una postazione austriaca

vista da una postazione austriaca

Carta tabacco 09 – Alpi Carniche – Carnia Centrale.

Per escursionisti esperti. Necessario kit da ferrata e frontale.

Dislivello in galleria 110 m. Dislivello totale: 900 m. Tempo previsto: 5.30 ore

Lunghezza: Km 8,5 circa

 

Ore 6.30, mi dirigo verso piazza Oberdam (3 m sopra al livello del mare). Il meteo non è dei migliori, è previsto pioggia nel pomeriggio, con attendibilità al 60%, vale a dire fare previsioni meteo con una monetina!. Il fatto di vedere altri gruppi di persone che si radunano per evidentemente fare una gita in montagna mi rincuora, forse il meteo ci risparmierà.

Ore 8.22, siamo nel parcheggio del passo Monte Croce Carnico (1360 m), il tempo è nuvoloso, decidiamo di andare lo stesso, alla peggio prenderemo una via di fuga per tornare al passo.

due arrampicatori lungo una fessura obliqua

due arrampicatori lungo una fessura obliqua

 

Si parte dal parcheggio e ci dirigiamo verso la palla eolica sul territorio Austriaco. Alla nostra destra abbiamo il Pal Piccolo (1866 m), dove osserviamo due cordate che arrampicano lungo una fessura obliqua, alla nostra sinistra la metà di oggi, Creta di Collinetta (2238 m). In pochi minuti arriviamo ad un cartello con le chiare indicazioni per la Steinberg Weg.

 

Una delle numerose grotte lungo il percorso

Una delle numerose grotte lungo il percorso

Primo tratto piuttosto verticale della ferrata

Primo tratto piuttosto verticale della ferrata

 

Prendiamo un po’ di quota immergendoci già nelle trincee della prima guerra mondiale, cosparse di grotte artificiali. In circa 1/2 ora siamo all’attacco della ferrata. Ci imbraghiamo e ripartiamo.

 

Cartello all'ingresso della galleria di Cellon

Cartello all’ingresso della galleria di Cellon

Il cavo si presenta bello teso, con tante staffe per superare le difficoltà verticali.

Un tratto verticale nella galleria

Un tratto verticale nella galleria

Dentro alla galleria

Dentro alla galleria

Rapidamente, ci inoltriamo nella galleria, dove la frontale è essenziale. La galleria si sviluppa per 110 m di dislivello, per una lunghezza totale di 183 m. Ogni tanto della luce entra nella galleria tramite una finestra scavata nella roccia. L’intero percorso nella gallerie è molto umido, scivoloso, ma il cavo e le numerose staffe, ci aiutano anche in questo caso.

 

Monte Polinik - 2331 m

Monte Polinik – 2331 m

Monte Pal Piccolo - 1866 m

Monte Pal Piccolo – 1866 m

Tre amiche

Tre amiche

 

 

 

 

 

Ore 9.52 usciamo dalla galleria, ci godiamo la vista sul versante opposto, sul Polinik (2381 m) e il suo laghetto artificiale (Grunsee) e poi salendo ancora un po’ vediamo il Pal Piccolo. Incontriamo numerosi fiori ed anche tante stelle alpine. Altra 1/2 ora, bivio, a sinistra si prosegue per la ferrata senza confini, a destra la Steinberg Weg, da li a poco incontriamo una vipera vicino ai numerosi pino mugo che ci accompagnano lungo il percorso.

Creta di Collinetta Cellon (2238 m)

Creta di Collinetta Cellon (2238 m)

Brindisi in trincea

Brindisi in trincea

Ore 10.40, comincia a schizzare, visto le previsione meteo, rinunciamo alla vetta, torniamo sui nostri passi verso la nostra via di fuga. Comincia a piovere forte, un fulmine cade vicino a noi,

allora ci rifuggiamo nella prima grotta che troviamo, dove aspettiamo che il temporale passa. Questa pausa forzata ci permette di godere di un ottimo Vino Aureo che mi ero portato per festeggiare la vetta 😉

 

La pioggia cessa, andiamo in giù, ci accorgiamo di essere troppi bassi, tornare in su, troviamo il bivio che ci porterà al passo, in effetti, arrivando dall’alto non si vedono le indicazioni. Una lunga cengia con passamano ci regala una vista sulla valle sottostante.

via di fuga

via di fuga

lungo la cengia

lungo la cengia

 

 

 

 

 

 

 

 

Ore 12.16, cielo limpido, sembra quasi uno scherzo, ci fermiamo un attimo per ammirare la valle che continuando verso ovest, ci porterebbe al monte Coglians (2780 m) e al rifugio Marinelli (2111 m), mentre procediamo verso est, verso il passo.

Ore 13.46, siamo di nuovo al passo, approfittiamo della sagra locale per brindare e spiluccare patatine di alta quota.

Ringrazio l’ottima compagnia e il fotografo per la gentile concessione.

Pubblicato in Ferrata | Contrassegnato , , , | 1 commento

Sentiero Robert Baden-Powell ,Trieste

Via Baden-Powell

MESE: luglio 2017

VALUTAZIONE: ***

DIFFICOLTA:/

TEMPO: 1 ½  ora A/R

DISTANZA: circa 7 km

CONSIGLIATO PER PASSEGGINI, BEBE’ E BIMBI PICCOLI

 

Ciao a tutti! Dopo una breve … pausa bebè… eccoci tornati più in forma che mai e con un meraviglioso partecipante in più nella nostra famiglia e nei nostri giri in montagna: la nostra piccola Matilde!!

L’itinerario, che sto per descrivere, mi sta molto a cuore, in quanto, lo percorro quasi ogni giorno con la carrozzina e la mia piccola di soli tre mesi. Essendo nata , Matilde, in aprile, portarla al mare in questa calda estate era impensabile, quindi ho deciso di esplorare assieme a lei il nostro altopiano carsico, che offre alcuni bei sentieri rilassanti, ombreggiati e carrozzabili da sfruttare in compagnia di  un neonato! J

Inizieremo questo nuovo paragrafo di Saporedipietra, intitolato “A spasso con passeggini e bebè”, con il sentiero dedicato a Robert Baden-Powell (1857-1941), fondatore del movimento scoutistico mondiale.

Baden-Powell

Fu un educatore e scrittore inglese e, nella sua carriera, gli furono conferiti diversi nomi, tra cui “ B.-P.” come ancora oggi viene chiamato tra gli scouts, “Mhala Pati”, durante il suo soggiorno in India, cioè colui che si stende sulla schiena prima di sparare. Gli Ashanti lo soprannominarono “l’uomo dal cappello grande”, e i Matabeele lo chiamarono “Impeesa”, ossia “lupo che non dorme mai”. Nel 1909 fu nominato Baronetto, diventando Sir Robert Stephenson Smith Baden-Powell… e se fino adesso pensavo che la nostra Matildina con il suo lungo cognome avrà seri problemi ad impararlo a scrivere…ora mi accorgo che nella storia è esistito un uomo, che, in fatto di cognome se la passava peggio… J

Accantoniamo le notizie storiche, e su Baden Powell ce ne sarebbe da parlare, anche riguardo al suo metodo educativo, che viene spesso affiancato alla pedagogia di Don Bosco, per creare un bel parallellismo…ma non mi dilungherò in lezioni di pedagogia, non è il blog adatto!!!

bosco – nello sfondo il santuario Monte Grisa

Parliamo ora del nostro ITINERARIO! Il sentiero si sviluppa quasi completamente nel bosco di pini, faggi e roverelle, che circonda il Tempio Mariano (santuario dedicato alla VergineMaria) di Monte Grisa (330mt). Questa chiesa è simpaticamente soprannominata dai triestini ”el formaggin”, cioè “il formaggino”, per la sua insolita forma che ricorda il triangolino dei formaggini Milkana …ma senza la punta!!!

Il sentiero e’ molto adatto a passeggiate con passeggini e bambini piccoli, in quanto la strada ombreggiata è per tre quarti asfaltata e solo l’ultimo quarto è costituito da uno sterrato molto unforme e facilmente percorribile con il mezzo. Il sentiero fa parte di un itinerario ad anello, che si ricongiunge alla panoramicissima Strada Napoleonica e al Sentiero Nicolò Cobolli, per una lunghezza totale di circa 9 km. Purtroppo, la  stupenda Napoleonica, ha uno sterrato troppo grossolano, quindi, poco indicata da percorrere con il passeggino… noi ci abbiamo provato, ma abbiamo dovuto desistere, in quanto Matilde esprimeva con un sonoro pianto il suo disappunto!!!

Il sentiero Baden-Powell si può imboccare da due direzioni:

  1. Inizio passeggiata Baden-Powell

    Dal quadrivio di Opicina, seguire in auto direzione Prosecco, ad un certo punto ben dopo aver superato il benzinaio a sinistra, si continua dritti per la strada principale fino a vedere sulla sinistra un deposito caravan e roulotte, a destra si imbocca la Via Carsia. Consigliamo di parcheggiare l’auto a sinistra, a fianco del deposito. Da qui inizia il percorso, contrassegnato anche dalla tabella nominativa.

  2. l’altra opzione, quella che personalmente preferisco, è quella di arrivare con l’auto fino all’ ombreggiato parcheggio del santuario di Monte Grisa , e da qui salire il sentiero, che inizialmente coincide con il percorso della Via Crucis.

 

Possiamo proprio dire che è stato il “battesimo” delle camminate in Carso della nostra piccola Matilde. A un mese di vita, in carrozzina, abbiamo osato questo sentiero per la prima volta e posso confermare che si tratta di un toccasana per trovare refrigerio vicino a casa nelle afose giornate estive! In più, punto a favore da non sottovalutare, sotto alla Chiesa si trova una caffetteria (che prepara anche pranzi…e cene) molto ben gestita, e le vicine toilettes, munite di fasciatoio, davvero pulite!

lungo il percorso Baden-Powell

Noi solitamente partiamo da Monte Grisa, il parcheggio è più ampio ed agevole. Dopo un brevissimo tratto in leggera salita scoperto dagli alberi e, parecchio soleggiato in estate, si entra subito nel bosco, che dapprima è caratterizzato da grandi pini e alberi aghifoglie, i quali, man mano che ci si addentra, lasciano spazio a faggi e roverelle. E’ meraviglioso venir avvolti dall’intenso profumo di resina e sentire in lontananza il canto delle timide cicale… Essendo molto lontano dalla strada trafficata, in questo angolo di Paradiso, la natura la fa ancora da padrona! Fortunatamente si tratta di un sentiero che, nonostante la sua fama e frequentazione da parte dei triestini, non è stato usurpato e riesce ancora a regalare un momento di pace, immersi in un ambiente selvatico ancora abbastanza incontaminato. Ovviamente, per salvaguardare questa bellezza, non sono state poste panchine o aree pic-nic lungo il tragitto. Dovete allattare? O vi sedete per terra, o su qualche rara roccetta, o lo fate in piedi … oppure bisogna aspettare di tornare nella zona caffetteria, dotata di tavoloni in legno e comode panche!

lungo il percorso Baden-Powell

Il percorso si sviluppa su leggeri saliscendi,  fino ad arrivare ad una sorta di quadrivio in mezzo al bosco, dove si congiungono vari sentieri. A questo punto ( in loco si nota anche un grande pannello con la mappa di dove ci troviamo), girando a sinistra e prendendo il sentiero che scende leggermente, si arriva fino alla strada statale, e, attraversando la strada, se si decidesse di continuare lungo la Via Carsia si raggiungerebbe il centro dell’abitato di Opicina.

Pubblicato in A spasso col bebé, Escursione | Contrassegnato , | Lascia un commento

Anello del Monte Sambuco e del Monte Ermada partendo da Malchina

Sentiero 8 - Carco Triestino

Sentiero 8 – Carco Triestino

MESE: novembre 2016

VALUTAZIONE: ***

DIFFICOLTA’: T

DISLIVELLO : 300 mt

TEMPO anello: 3h

 

 

Il  nostro Carso in autunno è uno spettacolo unico, da non perdere e non lo dico perchè sono nata a Trieste e amo la mia terra.. .immaginatevi foglie dai colori accesi, rosso e giallo, che si stagliano su una roccia completamente bianca, i contrasti cromatici che si vengono a creare sono indescrivibili… e, a tutto questo, aggiungiamo i raggi del sole, che, nelle ore più calde della giornata riescono ancora ad abbronzare il viso. Una gita in Carso non puo’ mancare a novembre, nei programmi del fine settimana di un triestino medio… includendo, ovviamente, una dovuta sosta mangereccia in qualche tipico ristoro locale, che propone gnocchi e jota, che arrivano al tavolo belli fumanti!

Era il 3 di novembre,  giorno dedicato a San Giusto, il patrono di Trieste, abbiamo parcheggiato l’auto nell’abitato di Malchina, vicino a Sistiana, accanto all’Agriristoro l’Allegra Fattoria.  Con la faccia rivolta al cartello in legno su cui sono disegnati simpatici animaletti, che reca il nome dell’agriturismo, abbiamo imboccato la seconda strada sulla nostra sinistra, con segnavia CAI n.31 (il segnale bianco e rosso è visibile su un palo) e ci siamo addentrati, dapprima tra le case, poi nel bosco. L’aria era fredda, il vento soffiava forte, si trattava di un simpatico borino che ghiacciava il naso, ma il sole con i suoi raggi riusciva ancora a scaldare.

 Il sentiero è ben segnato, e fa piacere notare che la manutenzione viene seguita in maniera costante. Ad un bivio il sentiero n.31 si unisce al sentiero n.3, si va sempre dritti, fino a raggiungere un piccolo svincolo con un’indicazione  “Monte Sambuco”, ovviamente ci incuriosiamo e partiamo alla volta della “vetta”: 213 metri… sopra il livello del mare. Di sambuchi non ne abbiamo visti e, neppure un granchè di panorama, in quanto eravamo circondati da alberi e cespugli. Ma questa collinetta, che ha catturato la nostra attenzione per la simpatia del suo nome, ci ha permesso di seguire un itinerario alternativo, che ci avrebbe condotti sulla cima del Monte Ermada/Hermada.

Dalla cima della collina, il sentiero continua sulla parte opposta da dove siamo arrivati, scende lungo un canaletto leggermente ripido (sentiero n.3) e si addentra nel bosco di querce, detto anche Cerreto. Lo si segue fino ad imboccare una sorta di strada sterrata, si tratta di un sentiero più ampio con una base di ghiaia, e si arriva ad una ben visibile curva.

Ora l’opzione era: saliamo a destra o andiamo dritti, cioè scendiamo a sinistra? Dopo aver preso dallo zaino l’immancabile Pianta del Carso Triestino (da averla sempre dietro quando si vuole fare escursioni sull’altipiano!) abbiamo optato per scendere la strada verso sinistra. Il sentiero, ad un certo punto, entra nuovamente nel bosco ed il segnavia bianco e rosso è presente ad ogni bivio… o quasi… comunque la cartina l’avevamo sempre in mano! Ad un certo punto si comincia a salire, il sentiero diventa leggermente più ripido, stiamo iniziando la vera salita al Monte Ermada finalmente.

La zona boschiva e selvatica è caratterizzata dalla pesenza di numerose GROTTE NATURALI, ben visibili lungo il percorso, alcune indicate da un preciso nome, che, durante la Guerra , venivano utilizzate come nascondigli o ricoveri. Alcune di queste sono delle cavità visibili ad occhio nudo camminando, altre, più profonde, sono visitabili previo accordo con qualche gruppo speleologico locale.

Ad un tratto, lungo il nostro salire notiamo un bivio con un sentiero stretto che si diparte a sinistra e sale tra i cespugli..guardiamo per terra e vediamo, in concomitanza con l’incrocio, una roccetta su cui c’è scritto con pittura nera “Ermada” e accanto una freccia, che ci suggerisce di seguirla. Ci si inerpica un pochino tra gli alberi, il sentiero è sempre ben battuto (no rischi zecche!), e dopo dieci minuti si giunge alla vetta con tanto di tabella indicativa del monte e quota: siamo a 323 metri sul livello del mare! Passi da gigante… rispetto al Monte Sambuco!

Il panorama da quassù è molto bello: nelle giornate terse si vedono il mare, la laguna di Grado e le colline del monfalconese. Dall’altro versante, invece, lungo la salita, se ci si volge indietro si osserva l’inconfondibile sagoma del Monte Nanos e la rigogliosa valle del Vipacco.. in questo caso, le fronde degli alberi coprono un po’ il panorama.

La nostra discesa è avvenuta sul versante opposto da dove siamo saliti, lungo il sentiero n.8, una carrareccia abbastanza ampia, che poi biforca nuovamente in un sentiero nel bosco (all’incrocio è ben segnato il n.8 del sentiero). Si prosegue dritti lungo questa discesa (noi abbiamo approfittato per raccogliere un bel mazzo di sommacco multicolore da portare a casa) fino a giungere all’abitato di Ceroglie. Se si vuole arrivare fino a Malchina lungo il bosco, si va avanti dritti senza scendere nel paese di Ceroglie… come erroneamente abbiamo fatto noi. Una volta in centro a Ceroglie, abbiamo camminato ancora per circa 2 km sulla strada seguendo le indicazioni Malchina, fino ad arrivare alla nostra auto.

 

 

 

 

 

Considerazioni: la tipica “domenica in Carso”, un’escursione molto bella, tipicamente carsica che ci conduce in mezzo a natura e a tradizionale folklore, ci permette di assaporare il silenzio ed i profumi del bosco, come anche le architetture in pietra a vista dei borghi di un tempo e l’odore di legna bruciata. Si tratta di una passeggiata che fa scoprire angoli vicini ancora sconosciuti, anche agli stessi triestini, che racchiudono tutta la storia e le emozioni della vita rurale di un tempo. Sicuramente la stagione, in cui si decide di fare questa uscita, è importante: personalmente i colori dell’autunno inoltrato la valorizzano molto, in quanto il bosco si tinge di foglie rosse, gialle, arancioni e viola scuro.. .per chi ama i colori come me e le fotografie con contrasti cromatici accesi… novembre è decisamente il momento migliore per salire sull’Ermada!

Pubblicato in Escursione | Contrassegnato , , , , | 1 commento

La Mer de Glace (Chamonix) 2140 mt

Il famoso Dru

Il famoso Dru

MESE: settembre 2016

Valutazione: ***

Difficoltà: E

Preparazione fisica/Tecnica: /

Tempo di visita: 3 h

 

 

Il “Mare di ghiaccio” è un ghiacciaio situato sul versante francese del Monte Bianco ed è formato dal confluire di 3 ghiacciai più piccoli: il ghiacciaio del Tacul, il ghiacciaio di Leschaux, e quello di Talèfre. Misura 12 km di lunghezza e il suo spessore è di circa 400 mt , superficie 40 km quadrati, ed è il secondo più importante ghiacciaio delle Alpi. La Mer de Glace si muove di 10-15 cm al giorno. Visitare la Mer de Glace è un’esperienza molto interessante, in quanto la visita riesce a far comprendere, in maniera didattica e sistematica, il fenomeno, sempre più discusso, del ritiro dei ghiacciai perenni. Spesso si sente parlare di surriscaldamento terrestre, buco dell’ozono ed effetto serra: tutti questi fenomeni geofisici comportano uno scioglimento sempre più cospicuo dei ghiacci e, un ritirarsi dei ghiacciai perenni… una cosa è ascoltare questi tipo di notizia al telegiornale o in un documentario… effetto diverso lo provoca il vederlo con i propri occhi!

Il livello nel 2001 della Mer de Glace

Il livello nel 2001 della Mer de Glace

Siamo arrivati alla stazione della cremagliera di Montenvers (Chamonix) nel primo pomeriggio, dopo esser scesi dall’Aiguille du midi. La stazione è uno storico edificio, che presenta all’interno appese alle pareti interessanti foto d’epoca, datate fine Ottocento/primi Novecento, dove sono immortalati i nobili del tempo che prendevano il treno per le loro vacanze in alta montagna: le donne portavano lunghe gonne, ombrellini parasole e, a volte, lunghi bastoni in legno che servivano ad appoggiarsi nelle salite più ripide. In queste foto appaiono anche i reali di casa Savoia, come la regina Margherita, grandi appassionati di alta montagna.

Il trenino a cremagliera di un color rosso ferrari fa molta simpatia, sembra uscito da Legoland, ma, nonostante il suo aspetto da “giocattolo”, raggiunge delle pendenze in salita da non sottovalutare… dopo circa mezz’ora di tragitto arriviamo alla stazione a monte della Mer de Glace, circondata da montagne e da infrastrutture atte ad accogliere i numerosi turisti che frequentano quella zona. Appena scesi dal treno la prima vetta che si staglia di fronte a noi è il famoso Dru, un’elegante montagna dalla forma sottile ed acuminata… un pensiero va a Walter Bonatti… Nel 1955, a metà agosto, dopo due tentativi frustati dal cattivo tempo, in sei giorni scalò in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit Dru, restando in parete per sei giorni(17-22 agosto): è considerata un’impresa che segna una tappa indimenticabile nella storia dell’alpinismo, tanto che da quel momento quella parete venne chiamata “Pilastro Bonatti”, poi crollata per altre frane nel 2005.

Il tunnel scavato nel ghiacciaio

Il tunnel scavato nel ghiacciaio

Da questa terrazza belvedere in cui ci trovavamo avevamo due possibilità per raggiungere la Grotta di ghiaccio alla base del ghiacciaio: o scendendo a piedi lungo un sentiero, oppure prendendo un breve tratto di cabinovia, seguito da circa 400 gradini di metallo da scendere a piedi. E’ impressionante la sensazione quando si scende, di avvicinarsi sempre di più ad uno dei ghiacciai più grandi d’Europa; anch’esso non di colore bianco candido, bensì grigio e “sporco”, in quanto la neve e il ghiaccio sono mescolati a detriti di roccia e terra. A distanza regolari, vediamo esposti dei cartelli sulla scala, con impresse delle date: 1980, 1995, 2001… sono i riferimenti che ci permettono di capire come nel tempo il ghiacciaio si sia ritirato: nell’anno indicato il ghiaccio arrivava a quell’altezza.. ma noi siamo del 2016 quindi dobbiamo scendere ancora… il ghiacciaio via via continua a spostarsi… e man mano che scendiamo ci avviciniamo sempre di più all’ultima datazione: 2015, mi pare: eccoci arrivati all’ingresso della famosa Grotta di ghiaccio!

Entrando nella galleria di ghiaccio, dalle forti tonalità azzurre, si viene inghiottiti in un paesaggio fiabesco. Luci multicolore sono state posizionate nelle nicchie e nelle canalette scavate nel ghiaccio, si vedono sculture di animali, ambienti ricreati tra cui una camera da letto, un angolo bar… tutto scolpito con bravura certosina in un ghiaccio antico e solido. Si trovano pannelli esplicativi sui quali viene spiegata la storia del ghiacciaio, l’evoluzione delle tecniche di trivellazione, le difficili condizioni di vita dei primi operai scavatori che lavoravano nel ghiacciaio per compiere i primi studi, fino a giungere alle ricerche moderne aiutate dalle più avanzate tecnologie.

Faceva freddo nella grotta, ma un freddo secco e asciutto, quasi piacevole, una temperatura stabile, sembrava di trovarsi dentro ad un igloo.

La visita all’interno della grotta occupa circa un mezz’ora/ quaranta minuti e la consigliamo vivamente come esperienza da compiere anche in famiglia, con i bambini, o con persone di una certa età, in quanto, non si tratta di un percorso faticoso, e, al contempo, capace di regalare grandi emozioni… e stupende fotografie! Se dovessi descriverlo ad un bambino… “hai presente entrare nel Palazzo della Regina delle Nevo?”…

Pubblicato in Escursione | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Sentiero Botanico Del Bila Pec Dal Rifugio Gilberti

In ricordo di Leo, scomparso nel 2016

In ricordo di Leo, scomparso nel 2016

MESE: settembre 2016

DIFFICOLTA’: E

VALUTAZIONE: ***

PREPARAZIONE FISICA/TECNICA: *

DISLIVELLO: 200 mt.

TEMPO: 45 minuti fino alla Sella Bila Pec  ( TOTALE : 1 ½ h)

 

 

Monte Forato

Monte Forato

Dall’abitato di Sella Nevea si prende la cabinovia del Monte Canin, che, in breve tempo, ci porta al Rifugio Gilberti (mt.1850). Da qui inizia il SENTIERO BOTANICO DEL BILA PEC, una bellissima e semplice camminata tra le rocce calcaree e la vegetazione alpina del comprensorio del Monte Canin, ambiente in cui i fenomeni di carsismo e di erosione dell’acqua sono particolarmente evidenti.

Caratteristica peculiare di questo sentiero (CAI 632) è la presenza di specie botaniche tipiche dell’arco alpino: il cardo, la borragine, l’achillea, il ranuncolo dei ghiaioni, la genziana, … fino a trovare il rarissimo e particolarissimo papavero bianco, tipico di questa zona. La stagione migliore per apprezzare a pieno questo itinerario è l’estate (giugno, luglio, agosto), credo si possa ammirare proprio in questo periodo la grande vastità cromatica regalata da questi splendidi fiori! Sfortunatamente a settembre la maggior parte delle fioriture era già avvenuta, quindi, non abbiamo potuto godere pienamente dell’aspetto botanico di questo sentiero.

Rifugio Gilberti

Rifugio Gilberti

Il sentiero è ben segnato, sale in maniera abbastanza ripida, ma non presenta alcun tipo di difficoltà tecnica, è necessaria solo un po’ di sicurezza nel passo. Il percorso termina sulla Sella del Bila Pec (2005 mt.), caratterizzata dalla presenza di una struttura in pietra, che ha l’aspetto di un ex fortino o un ex ricovero militare, accanto ad essa una grotta. Da quassù si apre un panorama mozzafiato: alle nostre spalle in lontananza si scorgono il rifugio Gilberti e, più in alto, la Sella Prevala, dove si intravedono gli impianti di risalita invernali… alzando gli occhi si osserva un “buco” nella roccia in cima ad una montagna: è il famoso Monte Forato, che presenta una bellissima camminata per raggiungere la sua vetta e quella “finestra sul mondo”. Si tratta di un’escursione un po’ più impegnativa con un dislivello di circa 800 mt.

 

 

 

Se ci giriamo con le spalle al sentiero e portiamo lo sguardo alla nostra sinistra, ecco apparire maestosa la vetta del Monte Canin (2587 mt), con l’inizio del sentiero per raggiungerla. Volgendo lo sguardo a destra, invece, si eleva nella sua maestosità il massiccio del Jof di Montasio con i suoi 2754 mt.

 

 

 

 

Il ritorno avviene per lo stesso sentiero della salita, il tempo totale (andata/ritorno) è di circa 1 ½ h.

Considerazioni: si tratta di una piacevole gita che consigliamo anche a famiglie con bambini o con persone in età, in quanto è un sentiero semplice ad alta quota, che permette, a chi ama la montagna, di immergersi in un ambiente tipicamente alpino, o, per i neofiti, prendere confidenza con esso. Inoltre, in piena estate soprattutto, lo consiglieremmo agli appassionati di botanica, in quanto ci troviamo davanti ad una vera e propria “vetrina”, che espone tutte le specie endemiche della macchia alpina. Tra l’altro, al Rifugio Gilberti si può prendere gratuitamente il depliant che descrive il Sentiero Botanico del Bila Pec , e che presenta l’elenco numerato dei nomi scientifici di tutte le piante e i fiori che si incontrano lungo il tragitto.

Pubblicato in Escursione | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Dal Rifugio A. Dibona al Rifugio Giussani, nel cuore delle Tofane

Tofana di Rozes

Tofana di Rozes

Tempo: 1h45

Dislivello: 500 m

Quota Rifugio A. Dibona: 2 100 m

Quota Rifugio Giussani: 2 600 m

 

 

Quello che abbiamo affrontato oggi è una semplice passeggiata dal Rifugio A. Dibona al rifugio Giussani.

Rifugio Dibona

Rifugio Dibona

Raggiungiamo comodamente il rifugio Dibona tramite una strada sterrata. Posteggiamo l’auto in un largo parcheggio. Ci prepariamo e via verso il rifugio Giussani.

La vista che si presenta d’avanti a noi è grandiosa. vediamo chiaramente le finestre tagliate nella roccia dove l’esercito Italiano ha piazzato le sue postazioni militare.

 

Verso quota 2 500 m incontriamo traccia di neve che mana mano saliamo diventa sempre più fitta.

Rifugio Giussani

Rifugio Giussani

Arriviamo al rifugio Giussani, e scopriamo che è l’ultimo fine settimana aperto per questa stagione. Pernottiamo sperando nel meteo che sia più clemente per l’indomani.

 

 

 

 

Il giorno dopo il termometro segna 4°, il gestore ci sconsiglia di andare sulla Tofana di Rozes. Nel primo tratto troveremo neve bagnata, ma più in su sicuramente ghiaccio su roccia. Alziamo il naso e vediamo alcuni fiocchi di neve. Decidiamo di tornare indietro per evitare di trovarsi in quota senza visibilità, vento e neve.

 

Sarà per la prossima volta! Ringrazio Elio, alias IW3SOX e Devis per la gita!

Pubblicato in Escursione | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Cima e Lago di Avostanis da malga Pramosio

 

Malga Pramosio

Malga Pramosio

Malga Pramosio: mt 1521

Lago di Avostanis: mt 1936

Cima Avostanis: mt 2193

 

MESE : luglio 2016

DIFFICOLTA’: E ( fino al lago)/ EE (fino alla cima)

VALUTAZIONE: ***

PREPARAZIONE FISICA/TECNICA: **

TEMPO TOTALE: 5 1/2 h fino alla Cima  e ritorno/ 3 h fino al lago e ritorno

DISLIVELLO: 500 mt fino al lago/ 700 mt fino alla Cima

 

Questa volta la nostra escursione era in compagnia di altri gitanti: i miei genitori! Davvero un bellissimo modo di trascorrere tutti assieme il weekend e condividere, così, piacevoli momenti in famiglia, visto che la freneticità della vita moderna, spesso, ci obbliga a sacrificare questi istanti così preziosi. Dopo aver pernottato all’Albergo Diffuso di Sutrio, struttura ben gestita che ci ha accolti nel migliore dei modi: presentandoci fuori dalla porta dell’appartamento, alla mattina presto, un appetitoso cestino della colazione, che comprendeva pane caldo e croccante, latte, biscotti e yogurt, bustine di the e cialde di caffè. Una vera leccornia per iniziare bene la giornata!

Di buonora ci siamo avviati con l’auto verso la Malga Pramosio: la strada sterrata, che si inerpica nel bosco di abete rosso e faggio, appare un po’ ripida, ma non presenta difficoltà o rischi per nessun tipo di vettura… eccetto corriere o scuolabus. Abbiamo parcheggiato nello spiazzo di fronte alla malga, che oltre a questa funzione e rivendita di prodotti caseari, ricopre anche quella di ottimo agriturismo (penso si possa anche pernottare!), e ci siamo riproposti al ritorno di fermarci a mangiare un boccone! Ciò che invogliava maggiormente erano i formaggi ed i prodotti caseari venduti in loco! Ma, prima di pensare al cibo, avevamo da affrontare una bella escursione, quindi, dopo aver riempito le borracce con la fresca acqua che zampillava dalla fontana a forma di abbeveratoio, siamo partiti alla volta dell’Avostanis!

Targa in ricordo di Maria Plozner

Targa in ricordo di Maria Plozner

Il sentiero, che parte da dietro la malga, dapprima sterrato, inizia pian piano a salire, trasformandosi presto in una carrareccia cementata a tratti. A volte, c’è la possibilità di prendere delle scorciatoie nel prato, per tagliare le numerose curve che caratterizzano questa salita. Dopo circa 800 mt dalla cava di marmo, parte una deviazione a sinistra, che conduce ad una CROCE in ferro a ricordo della portatrice carnica Maria Plozner, uccisa da un cecchino austriaco durante la Prima Guerra Mondiale.

 

Casera Malpasso

Casera Malpasso

Via via che si procede si aprono ai nostri occhi vasti prati adibiti a pascolo, ricchi di colori, grazie alle molteplici famiglie di fiori che li decorano. Si incontra una seconda malga, la Casera Malpasso (1619 mt), adibita a ricovero per gli animali, che trascorrono l’estate negli alpeggi.

 

 

 

Pian piano ci alziamo di quota, incontriamo ruscelli ed una GROTTA scavata nella roccia, dove è stata collocata la statua di una madonnina, che richiama ad una sosta di riflessione… quel giorno qualcuno le aveva portato un bel mazzolino di fiori freschi… oltre ad una preghiera… Questo momento di raccoglimento mi ha fatto pensare che, in fondo, stavamo calpestando prati, che un tempo avevano visto cadere giovani combattenti, prati che un tempo non erano verdi pascoli con mucche in alpeggio, bensì terre tinte dal sangue di coloro che ci credevano a difendere la loro Patria e le loro famiglie, combattenti valorosi che si sono sacrificati per la libertà, anche nostra… ma, solitamente, e, erroneamente non si pensa a questo passato… troppo lontano… Come tutti i percorsi che ripercorrono le tappe della Grande Guerra, anche l’Avostanis merita un pensiero da parte nostra, di escursionisti in cerca di pace e natura, rivolto a quegli agghiaccianti momenti, ad un passato lontano… ma al contempo, ancora tanto vicino…

Malga delle Manze

Malga delle Manze

L’ultima casera che incontriamo, prima di raggiungere il lago, è la Malga delle Manze (1820 mt), che prende questo nome, in quanto adibita a ricovero esclusivo di mucche e vitelli. Si salgono un paio di ripide rampe e giungiamo allo spettacolare anfiteatro, che racchiude il suggestivo LAGO, sovrastato dalla Malga Pramosio Alta (1940 mt), utilizzata come bivacco. A fare da scenografia di sfondo al lago vi è una splendida falesia, con vie spittate e non solo, fantastica occasione per gli amanti dell’arrampicata di trascorrere una giornata, esibendosi su vie di grado molto diversificato!

Lago Avostanis

Lago Avostanis

E, dopo aver sudato, sulla parete baciata dal sole, un bel tuffo nelle fredde acque del laghetto, è un toccasana!

Nelson ed io, l’anno scorso avevamo portato i costumi e ci eravamo immersi nel lago, la giornata era molto calda… questa volta, invece, abbiamo dovuto rinunciare al bagno, a causa di un venticello persistente e del cielo coperto da nuvole minacciose, che ci hanno inseguiti per tutta la giornata.

Brindisi di vetta

Brindisi di vetta

Dopo aver lasciato mamma a rilassarsi sul verde e morbido prato che circonda il lago, io con Nelson e papà ci siamo incamminati verso la Cima Avostanis, risalendo il sentiero che passa dietro alla Malga Pramosio Alta. Da questo momento la salita diventa più ripida e mette alla prova i muscoli delle gambe, soprattutto l’ultima mezz’ora prima di arrivare in vetta. Giunti in cima (2192 mt), dopo aver sostato vicino alla croce di vetta e dopo aver firmato il libro, abbiamo deciso di stappare la bottiglia di Prosecco che Nelson aveva portato nello zaino, per tutta la salita! Dopo una merenda veloce e qualche foto siamo scesi velocemente, in quanto la nebbia ci aveva avvolti e la temperatura si stava abbassando. Peccato, per il tempo impietoso di quel giorno, perché dalla Cima Avostanis si gode un panorama molto bello: il Pal Piccolo, il Passo Monte Croce Carnico, la Creta Timau, e, in lontananza il Coglians, che, con i suoi 2780 mt è la vetta più alta del Friuli Venezia Giulia.

La discesa dalla cima si può affrontare in 2 modi: o ripercorrendo lo stesso sentiero della salita fino al lago, oppure, dopo essere giunti alla base del tratto più ripido si prende un sentiero a destra, in direzione Creta Timau (che è la montagna di fronte a noi!), si affronta una ripida discesa un po’scomoda, si attraversa una specie di trincea, si risale e si arriva ad una sella. Anche da qui il panorama è mozzafiato. Dietro di noi, in basso, vediamo il lago e la falesia (e mamma che ci ha visti e ci saluta!), basta scendere lungo l’evidente sentiero che passa in mezzo al prato. Arrivati al lago, abbiamo ripreso lo stesso sentiero fatto in salita fino alla Malga Pramosio Bassa. Merita allungare di un po’ la discesa e visitare la piccola CHIESETTA vicino alla malga: fu eretta nel 1941, a ricordo dell’eccidio avvenuto in quell’anno, dove alcuni tedeschi delle SS travestiti da partigiani, massacrarono senza motivo, 22 persone, tra cui 5 bambini e 2 donne… e compirono atti di violenza disumana.

Per concludere, si tratta di una bellissima escursione, adatta a tutti, in mezzo agli alpeggi, con panorami stupendi, e il raggiungimento anche di una… piccola vetta! Insomma, un itinerario completo, atto a soddisfare tutte le richieste… anche quelle… gastronomiche! Ovviamente la sosta a cena alla Malga Pramosio ha avuto un ottimo riscontro, ma non avevamo alcun dubbio…

 

Foto di gruppo dei gitanti

Foto di gruppo dei gitanti

Potete scaricare a questo indirizzo: http://www.vivinfvg.it/ una bella descrizione storica di questo luogo.

Pubblicato in Escursione | Lascia un commento

Da Chamonix all’Aiguille-du-Midi (Monte Bianco)

Aiguille du Midi

Aiguille du Midi

MESE: settembre 2016

VALUTAZIONE: *****

DIFFICOLTA’: E

PREPARAZIONE TECNICA/FISICA: * / ** (il collegamento è con la funicolare, non si tratta di fatica fisica ma di maggiore o minore adattamento ad una altitudine elevata. C’è un forte dislivello, che in certi soggetti potrebbe provocare, vertigini, malessere, nausea, comunemente detto “mal di montagna”)

DISLIVELLO: 2800 mt

TEMPO di visita: 4 h

 

Mi appresto a descrivere un’esperienza unica, emozionante…che sfiora la commozione: vedere l’immacolata vetta del Monte Bianco, talmente vicina, quasi da poterla toccare e so già che, attraverso semplici parole scritte su una pagina, non riuscirò mai a “dipingere” abbastanza bene quest’opera d’arte di madre natura… comunque desidero tentare….

Siamo partiti di buonora da Courmayeur (Valle d’Aosta) e, attraversando il traforo del Monte Bianco, conosciuto anche con il nome francofono di Tunnel du Mont Blanc (11,6 km di lunghezza, aperto nel 1965), dopo aver raggiunto il versante francese del massiccio siamo scesi fino ad arrivare alla turistica Chamonix (1030 mt), meta conosciutissima durante la stagione invernale dagli appassionati dello sci alpino. Chamonix è un comune dell’Alta Savoia, che conta 9378 abitanti.

Dopo aver lasciato l’auto in un ampio parcheggio ci siamo diretti alla stazione a valle della teleferica dell’Aiguille du Midi, un impianto di recente realizzazione (1955), che, in soli 20 minuti, trasporta i turisti, di tutte le specie ed età, alle porte dell’Alta Montagna, a 3842 metri di altezza! La funivia collega in 2 tratte la stazione, posta a Chamonix a 1030 mt di altezza con l’Aiguille du Midi a 3777 mt. Si tratta di un impianto, che con la velocità di un battito di ciglia o quasi, riesce a trasportare il turista da un panorama boschivo e verdeggiante, al paesaggio lunare di nuda roccia ricoperta da ghiacci perenni. Questo tragitto regala un repentino cambiamento di habitat diversi, che ci lascia già intuire la bellezza e la maestosità verso cui andiamo incontro.

Mont Maudit e Monte Bianco

Mont Maudit e Monte Bianco

Quando la funivia si arresta in cima e noi usciamo dalla stazione, ci troviamo circondati da tutto un universo di biancore e silenzio…di vette irraggiungibili che maestose si elevano, vantandosi della loro bellezza, di ghiaccio antico…si è aperta l’ultima pagina che avevo letto prima di partire di quel libro sulle spedizioni alpinistiche…era l’Everest…ma il Monte Bianco quel giorno per me…ha avuto lo stesso effetto dell’Everest per un vero alpinista…era…così…bello…grande e suggestivo!

Da non sottovalutare neppure le capacità umane investite nella costruzione di questo belvedere edificato a 3000 metri di altezza, costituito da scale, ponteggi, terrazze, ascensori e gallerie, con un investimento di tonnellate di materiali come ferro, piombo e acciaio, per sostenere il peso di neve e roccia.

Oltre a numerose strutture recettive (museo della montagna, caffetteria, galleria fotografica, bookshop…), l’Aiguille du Midi vanta il nome di essere anche la stazione meteo più alta d’Europa, e, non solo, anche un antenna per le telecomunicazioni.

Le terrazzeArrivati sulla prima terrazza (quella più bassa), l’impatto iniziale è stato un tuffo al cuore, lacrime e occhi lucidi, mancanza di respiro, brividi…Nelson ed io eravamo circondati da vette altissime, “i grandi 4000”, il silenzio era quasi irreale, nonostante ci fossero tante persone attorno a noi! Il bianco della neve è ancora più candido lassù, più brillante, e i raggi del sole, che timidamente usciva dalle nuvole grigie, si riflettevano su questo mantello di purezza…e di ricchezza geologica! Ed ecco, che , superato questo primo istante dove una parola pronunciata sarebbe stato rovinare quella meraviglia… ecco che iniziamo ad interagire e riconosciamo i primi colossi delle alpi: la catena del Monte Rosa in lontananza, il bellissimo Cervino con la sua inconfondibile forma “ a piramide”, di fronte a noi la Punta Hellbronner con le telecabine che collegano i versanti italiano e francese, ma non è finita…Saliamo più in alto e raggiungiamo un’altra terrazza, e così via su rampe di scale interne ed esterne fino a raggiungere grazie ad un velocissimo ascensore la sommità,

Grandes Jorasses, Dent du geant

Grand Jorasses, Dent du geant

il terrazzamento più alto e più panoramico: 3482 mt. Di fronte a noi, un po’ a sinistra, si staglia il Grand Jorasses e il Dent du Geant e, finalmente, un po’ nascosta dal Mont Maudit
ecco apparire la tondeggiante vetta del Monte Bianco, candida. Non ha l’aspetto terribile e pericoloso dell’idea che mi ero fatta, leggendo i libri dove venivano descritte le sue ascensioni…ma, in effetti, la difficoltà e pericolosità di una montagna non si misura dall’aspetto della sua vetta, bensì dal itinerario che si sceglie di percorrere per raggiungerla…e anche il Monte Bianco, per quanto “bonaccione” nel suo aspetto all’apice nasconde grandi insidie nelle sue vie di salita… Comunque sia, mi aspettavo di vedere una “vetta diversa”: aspra e acuminata, invece, mi trovo davanti uno zuccotto bianco e tondeggiante…una sorta di tartufo al cioccolato bianco! 🙂
Ghiacciaio perenneDi grande interesse è l’enorme lingua di ghiaccio antico misto a roccia e detriti, che si estende nel canalone ai piedi della cosiddetta “Dama Bianca”: un ghiacciaio perenne, grigio, arido, mi ricordava tantissimo la pelle rugosa e spessa di un dinosauro preistorico. Il Monte Bianco è conosciuto con vari nomi “Dama Bianca”, “Tetto del Mondo”, “Tetto delle Alpi” … Anche in questo caso la mia immaginazione aveva viaggiato troppo: se si pensa ad un ghiacciaio perenne…che colore può avere? Nella mia immaginazione azzurro! Il colore del ghiaccio spesso che in trasparenza diventa quasi acquamarina…bellissimo…romantico! Così è stato l’interno delle gallerie del Mer de Glace …quindi, l’interno del ghiaccio è azzurro…non l’esterno! Mi sono trovata a constatare, giustamente, che il ghiaccio secolare, si mischia ai detriti di roccia e terra, formando una sorta di crosta scura e grigiastra. Esperienza davvero interessante!

Crollo di una parete di roccia

Crollo di una parete di roccia

Abbiamo assistito anche ad un evento geologico non da poco: ad un certo punto sentiamo un forte rumore, sembrava un tuono…no, una frana…alziamo gli occhi e vediamo una nuvola di polvere alzarsi dal canalone del ghiacciaio: un pezzo di parete di roccia era franato, fortunatamente in una zona non frequentata da alpinisti. Comunque sia, quel rumore inaspettato, in una situazione di silenzio irreale ed ovattato, ha messo allerta tutte le persone presenti, era impressionante!

Percorrendo i corridoi e le gallerie interne alla struttura dell’Aiguille du Midi si incontrano spazi dedicati a museo della montagna, dove vengono descritti con l’aiuto di supporti fotografici e multimediali tecniche di alpinismo, metodi di utilizzo dei materiali e degli strumenti in montagna, storia delle grandi scalate, imprese spettacolari con gli sci, il parapendio, e non solo. Incontriamo una galleria fotografica dove sono immortalati i volti, alcuni sorridenti, altri sofferenti o concentrati, di grandi alpinisti internazionali, che hanno compiuto ascese o grandi imprese sul Monte Bianco. Alcuni nomi; Walter Bonatti, Ueli Steck, Reinhold Messner…

Ipossia

Ipossia

Molto curiosa ed interessante è una sezione che affronta il tema dell’adattamento corporeo in alta montagna, le variazioni nelle funzioni degli organi corporei sopra una certa altitudine, gli effetti dell’ipossia, ossia della mancanza di ossigeno nell’aria, nell’essere umano… Il tutto spiegato in modo semplice e schematico con l’aiuto di pannelli appesi alle pareti, spiegazioni di tipo medico (scritte in francese ed inglese) rese comprensibili dall’uso di schemi e percentuali. In sintesi sopra i 3000 metri le funzioni del nostro corpo si modificano, alcune migliorano altre peggiorano: migliora l’attività di pompaggio cardiaco e l’attività circolatoria ad esempio, peggiora l’attività cerebrale, quella polmonare e quella renale. Si può anche misurare la quantità di ossigeno presente nel nostro corpo per vedere se si è vulnerabili al mal di montagna, inserendo il dito della mano in un misuratore a cappuccio…Nelson ed io superavamo il 90%: nati sui monti!!!

Altri spazi presenti nella struttura, sono quelli tipici degli ambienti turistici, caffetteria, bookshop, servizi igienici (incredibile: a 3000 metri il wc è un buco…e non si tira l’acqua!!..insomma una fossa biologica dove…tutto precipita nel centro della montagna!)

Terazza panoramica in vetro: le pas dans le videE’ necessario dedicare un capitolo a se stante alla particolare esperienza del “Passo nel vuoto/ Le pas dans le vide”: si tratta di una struttura in acciaio e cristallo, una sorta di cabina trasparente, a quota 3842 metri di altezza, sospesa completamente nel vuoto! Si accede con delle pantofole speciali, e, questo cubo di vetro è letteralmente sospeso nel nulla, fissato alla terrazza più alta. E’ stato impressionare “volare” …l’impressione era quella …e vedere sotto i nostri piedi più di 1000 metri di…vuoto! Un’esperienza assolutamente da provare, forse sconsigliata solo a coloro che soffrono di vertigini, e di questo momento rimane anche una foto ricordo! Sembra di volare! E’ una possibilità, questa, di grande richiamo turistico ovviamente, che offre solo il versante francese del Mont Blanc, facilmente raggiungibile, comunque, anche grazie al collegamento dalla Punta Hellbronner (versante italiano).

Nel sito del Monte Bianco non appare chiara la possibilità del collegamento via teleferiche tra i due versanti, ma è fattibile e pare anche molto panoramica.

Dopo aver scattato innumerevoli foto per fissare questo momento, ed esserci riposati un po’ alla caffetteria, sorseggiando un buon the caldo davanti ad una finestra aperta sulle Alpi francesi, ci siamo decisi a prendere l’impianto per scendere a valle.

Il tempo complessivo della nostra visita all’Aiguille du Midi è stato approssimativamente di 4 ore, siamo stati molto fortunati con il meteo, in quanto, il cielo, inizialmente coperto, verso metà mattina si è schiarito, permettendoci di ammirare a 360° la corona di montagne circostante.

Cordata in partenza

Cordata in partenza

Spettacolare, oltre al panorama irreale e mozzafiato regalatoci da questi massicci, vedere gruppetti di alpinisti che, imbragati, muniti di corde, ramponi, rinvii, dadi, friends, e affaticati dalla lunga salita con i volti bruciati dal riverbero del sole sulla neve, raggiungevano soddisfatti l’Aiguille du Midi ed arrivavano, entrando per un cancelletto, proprio nel medesimo punto dove eravamo noi…alcuni arrivavano, alcuni partivano, tutti in cordata…sempre…di tre, quattro…chissà forse l’indomani nei loro programmi era raggiungere la vetta del Monte Bianco, o, semplicemente scendere e tornare a valle…chissà quelle impronte nella candida neve fin dove sarebbero arrivate…Piccoli grandi uomini, che con passo lento e controllato, senza lasciare nulla al caso, si allontanavano…per raggiungere chissà quale vetta…per riuscire in chissà quale obiettivo…per il quale si erano dovuti preparare a fondo sia fisicamente che mentalmente…

Alpinisti di fronte ad un seracco

Alpinisti di fronte ad un seracco

Quanto ho sognato quel giorno lassù, chissà se un giorno riusciremo a portare a termine un’impresa simile all’ascesa al Monte Bianco…basterebbe il Monte Rosa, io sarei già soddisfatta…finché c’è vita…tutto si può basta volerlo e impegnarsi per farcela!

 

 

 

CURIOSITA’: il MONTE BIANCO (Mont Blanc) con i suoi 4808,73 metri di altezza, è la montagna più alta delle Alpi italiane, francesi e dell’Europa centrale. Condivide assieme al Monte Elbrus, nel Caucaso, un posto tra le cosiddette “Sette Sommità” del Pianeta. La sua natura geologica è prevalentemente granitica. La nascita dell’ALPINISMO coincide con la data della sua PRIMA ASCENSIONE: 8 agosto 1786 alle ore 18:23.

La prima ascensione al Monte Bianco fu realizzata da Jaques Balmat (cercatore di cristalli) e da Michel Gabriel Paccard (medico condotto) entrambi di Chamonix. Furono sollecitati all’impresa dallo scienziato Horace Benedict de Saussure, il quale era solito osservarne la vetta dalla sua casa di Ginevra. Fu proprio de Saussure a promettere nel 1760 un premio di 3 ghinee a chi lo avesse scalato. Passarono 26 anni prima che il suo sogno si avverasse. La storia è molto triste, la sera prima di raggiungere la vetta Balmat ebbe un brutto presagio, voleva tornare a casa dalla famiglia e dalla figlia di pochi giorni, ma Paccard lo convinse a portare a termine l’impresa. Il giorno seguente raggiunsero la cima, vi restarono 34 minuti, tempo utile per effettuare i rilevamenti necessari. Arrivato a casa Balmat scoprì che la bambina era morta. (Wikipedia)

 

Diversamente dagli altri articoli ho preferito concludere con una notizia di interesse storico, piuttosto che, con un ulteriore parere personale, in quanto ritengo che una descrizione, il più rispettosa possibile di questa montagna, debba essere strettamente collegata alle vicende e alle sofferenze degli uomini che l’hanno vissuta…

 

INFO: biglietto funivia Chamonix- Aiguille du Midi (A/R); ADULTI: 58,50 euro

BAMBINI (4-15 anni): 49,70 euro

Il prezzo è comprensivo della visita completa alla struttura Aiguille du Midi e dell’attrazione “Un passo nel vuoto”.

Pubblicato in Escursione | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento