Monte Coglians (mt.2780) dal Rifugio Marinelli

MONTE COGLIANS (mt.2780) dal Rifugio Marinelli

(Per via normale)


Monte Coglians

Monte Coglians

MESE: luglio 2016

DIFFICOLTA’: EE

PREPARAZIONE FISICA/TECNICA: ***

TEMPO TOTALE ITINERARIO:  5 h

DISLIVELLO: 660 mt


Sei anni fa, Nelson ed io, assieme ad un gruppo di amici (tra cui Luca ed Ilaria), eravamo già saliti sulla vetta di questo splendido colosso di roccia, seguendo un itinerario diverso, che partiva dal rifugio Lambertenghi, proseguiva per il sentiero Spinotti e poi saliva diretto verso il Coglians. Questa volta abbiamo deciso di variare e di raggiungere la vetta passando per il Pic Chiadin.

Rifugio Marinelli

Rifugio Marinelli

Alle spalle del rifugio Marinelli parte il sentiero n.143, che nel tempo approssimativo di 2.30 h conduce fino alla vetta. Inizialmente, si sale verso il Pic Chiadin (2302 mt.), un montagnozzo verde, che si frappone tra il rifugio ed il monte Coglians. Attraversiamo prati e piccole cenge di roccia lavica: che stranezza! mi son detta… in questo contesto prevalentemente  calcareo  non mi sarei mai aspettata di trovare roccia nera ..il Pic Chiadin risulta essere una montagna quasi “fuori luogo”, insolita, contraddistinta da roccia scura, marrone, quasi nera, depositata a strati, una roccia molto fragile e friabile, ricca di minerali e sostanze che rendono fertile il terreno che la ricopre: ecco perché quel tappeto verde che ricopriva il monticello..come fosse di velluto! Fiori che nascono tra la roccia… anzi… dalla roccia… sul Pic Chiadin si vede la vita..”la roccia è vita” e questo monte ne è una evidente rappresentazione! Camminando verso la cima del Pic, a volte, si resta colpiti dal rumore di “vetri frantumati”, allorchè si calpesta questo tipo di roccia, così tanto friabile.

Superata questa piccola cima (circa in una mezz’ora dal rifugio), il sentiero scavalca la Forcella Monumenz e costeggia il versante opposto, davanti a noi si intravede già il primo dei due impegnativi ghiaioni del Coglians. Seguendo sempre il sentiero 143, tenendoci sempre sulla sinistra (se andassimo a destra arriveremmo alla Cima di Mezzo… ma oggi non è questo l’obiettivo!), dopo aver superato un paio di piccole cenge attrezzate con cavo metallico, ci siamo trovati alla base del primo faticoso ghiaione, e, ammetto, che i bastoni da trekking sono state decisamente utili per risalirlo. Le indicazioni del sentiero da seguire sono molto chiare, si nota una manutenzione attiva, ad un certo punto ci si trova innanzi ad un attraversamento di alcune roccette, per poi, giungere, con un po’ di affanno, al secondo ghiaione, quello più ripido. Attorno a noi si potevano osservare ancora residui di nevai, la neve arrivava fino all’attacco

ghiaione

ghiaione

dell’ultima parte di ascesa, la parte più divertente, dove è necessario arrampicarsi, ma senza cavi di assicurazione, in questo caso. Si tratta di una salita semplice, con passaggi di primo grado, piacevoli, mai troppo esposti, insomma, una conquista di vetta, in cui bisogna investire dell’impegno, ma, al contempo, che regala molta soddisfazione una volta raggiunta.

Quel giorno faceva davvero freddo, per essere la metà di luglio, la notte era stata talmente ventosa, da dare l’impressione che il rifugio venisse scoperchiato da un momento all’altro, tanto impetuose erano le raffiche. Quindi, non appena arrivati in cima, e immediatamente dopo aver suonato la campana di vetta e ringraziato la croce, abbiamo estratto dai nostri zaini tutto il possibile per coprirci a dovere: giacca, cappellino in lana, pile… eravamo vestiti ma il freddo continuava ad essere insidioso. Il vento soffiava forte, e, dopo aver fatto un paio di foto e messo le firme sul libro di vetta, a documentare il nostro passaggio, ci siamo decisi a scendere. Era trascorsa un’ora, dacché ci trovavamo lassù, ma sembravano pochi istanti, tanto ci eravamo deliziati gli occhi alla vista del panorama circostante: come quando si guarda un film dove le scene si susseguono veloci… che non lascia il tempo di annoiarsi… lassù era pieno di stimoli: colori, forme, persone che si muovevano, montagne che avevamo salito e quelle ancora da scoprire… insomma… c’era un mondo lassù! Tutto ciò era permesso da una giornata molto limpida, caratterizzata solo da qualche nuvola che ogni tanto ci faceva la gentilezza di comparire, per proteggerci dall’intensità del sole. Attorno a noi abbiamo individuato più cime possibili, da quelle più vicine: il Jof Fuart, il Montasio, il Peralba e il Chiadenis, a quelle più lontane: la Tofana, la Marmolada, con il suo bianco e candido ghiacciaio che catturava l’osservatore curioso!

La discesa è avvenuta per la stessa via di salita: il primo tratto da fare con particolare attenzione, in quanto si tratta della parte mancante di protezioni, e poi restano solo da scendere i ghiaioni: in questo caso la tecnica dello “scivolamento” risulta essere la più veloce e meno stancante, anche se le ginocchia vengono comunque messe a dura prova! In un’ora e mezza circa ci trovavamo già alla base del primo ghiaione, sul sentiero 143: la discesa risulta essere molto più veloce rispetto alla salita, specialmente se fatta in questo modo. Attraversiamo nuovamente il Pic Chiadin e scendiamo per i prati che ci riconducono al Rifugio Marinelli, dove una buon piatto di pasta al ragù di selvaggina ci stava aspettando fumante!

Considerazioni conclusive: la salita al Coglians è abbastanza faticosa, necessita sicuramente di un buon allenamento sia fisico che tecnico e la totale assenza di vertigini, o paura del vuoto. In questa occasione abbiamo visto salire fino in vetta anche una famiglia con dei ragazzi dal passo sicuro, sicuramente a vederli già avvezzi alle camminate in alta montagna. Siamo già di fronte ad un itinerario di livello EEA (escursionismo-esperto-alpinismo), ed è una vetta da visitare almeno una volta nella vita… per sentirsi al di sopra di tutto il resto del mondo!

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